sabato 16 febbraio 2013

Empatia, simpatia e distress empatico

L'empatia è un'emozione basilare per la moralità, è la capacità di provare sentimenti analoghi a quelli di un'altra persona, senza trovarsi necessariamente nella sua stessa situazione. L'empatia ha un suo sviluppo nella persona attraversando diversi stadi che partono dalla nascita ( il pianto reattivo del neonato, una modalità definita “contagio emotivo”) fino a un totale incanalamento dell'emozione chiamato “empatia per la condizione esistenziale dell'altro” per cui l'identificazione empatica avviene in rapporto alle condizioni generali di vita dell'altra persona.
L'empatia non è l'unico elemento necessario per consolidare la moralità nei comportamenti e pensieri dell'uomo, da un'esperienza puramente empatica è necessario passarne a una simpatica. La simpatia difatti è un sentimento di preoccupazione per la condizione altrui che spinga a “prendersi cura” della persona sofferente ed a aiutarla a risolvere le sue difficoltà. Ci troviamo dunque di fronte a un comportamento più elevato, che coinvolge un nuovo meccanismo emotivo: il distress empatico. Tale meccanismo si attiva se si è osservatori de una situazione che provoca forte disagio ad una persona sia se si è la causa volontaria o involontaria della sofferenza altrui.
Se il distress è troppo elevato si verifica quello che viene chiamato l'effetto paradosso dell'empatia: il personal distress. L'osservatore in questo caso proverà una sofferenza maggiore della vittima e tenderà a commettere comportamenti avversi a quelli morali in quanto il disagio provato è tale da indurre le persone a evitare il contatto con la sofferenza altrui.

Due miei compagni di università nonché amici, hanno proposto sul loro blog un piccolo esperimento che si collega a un comportamento empatico: un complice finge uno svenimento in mezzo a una strada affollata. I passanti si fermeranno ad aiutare la "vittima"? O si conformeranno alla propensione generale della folla e andranno avanti? Ecco a voi il video:
 E il link del blog:   http://cipenseraqualcunaltro.blogspot.it/

L'eroe della metro

Wesley Autrey è un muratore di New York di 50 anni padre di due figli che sta aspettando con essi la metro.
Ad un certo punto un uomo cade sui binari.
La metro sta arrivando e tutti vedono i fari avvicinarsi.
Ci sono circa 75 persone e tutti restano immobilizzati. Il tizio caduto, tale Cameron Hollopeter, non riesce ad alzarsi e ormai c'è pochissimo tempo per intervenire.
La reazione di Wesley è immediata: lascia i figli a una signora lì vicino e salta sui binari, mette il tizio in mezzo ai binari -non c'è tempo per farlo risalire- e si sdraia sopra di lui. Il treno passa loro sopra lasciando uno spazio di 53 cm da terra. Lo spazio occupato dai corpi di Wesley e Cameron? 50 cm.

E' stato un pazzo diranno alcuni, è stato un vero eroe altri.
Dovete sapere che Wesley lavorando con le misure, metri e quant'altro, in pochi secondi valutò la possibilità di successo della sua azione, quindi possiamo dire che la sua azione non è stata totalmente sconsiderata.
Di certo bisogna sottolieare che ha avuto un corraggio da ammirare e che pochi, quasi nessuno a mio parere avrebbero dimostrato.
Ma perchè un uomo con una famiglia, che ha tutto da perdere ha deciso di compiere un atto tanto rischioso e quasi fatale?
"Non penso di aver fatto nulla di spettacolare. Ho solo visto qualcuno che aveva bisogno di aiuto. Ho fatto ciò che pensavo fosse giusto fare."

Forse è una speranza azzardata, ma spero che se mai mi ritrovassi in una situazione simile ci sia un Wesley pronto ad aiutarmi. Ma il vero dubbio è: e se dovesse capitare il contrario? Sarei pronta a rischiare tanto per uno sconosciuto?

venerdì 15 febbraio 2013

"Esperimento carcerario di Stanford"

Nel 1971 Philip Zimbardo condusse il rinomato "Esperimento carcerario di Stanford", partendo col presupposto di osservare la capacità delle istituzioni di influenzare il comportamento individuale.
Tra oltre 75 studenti volontari lo staff di psicologi ne identificò 24, avendoli sottoposti a test di personalità e interviste, i migliori in termini psichici, con maggior stabilità e sanità mentale e i meno attratti a comportamenti devianti.
L'esperimento consisteva in una simulazione di vita carceraria: i sotterranei dell'università di Stanford vennero adibiti a un istituto di detenzione e alcune stanze vennero modificate fino a farle sembrare delle celle nelle quali i prigionieri dovevano soggiornare per 14 giorni e sottostare agli ordini delle guardie che avevano il compito di garantire l'ordine nella prigione. I ruoli vennero assegnati casualmente  cosicché non ci sarebbe stata alcuna differenza di partenza tra chi avrebbe impersonato le guardie e chi i detenuti.
I partecipanti tornarono nei loro dormitori ignorando il fatto che i prigionieri sarebbero stati prelevati e scortati alla finta prigione da una vera volante della polizia e da veri poliziotti simulando a tutti gli effetti un arresto.
Zimbardo introdusse alcuni elementi essenziali per questo tipo di sperimentazione, infatti ad ogni ruolo vennero associati dei simboli distintivi: i prigionieri vestivano una casacca numerata, così da preparare il terreno per un processo di deumanizzazione, e fu loro posta una catena alla caviglia; alle guardie invece vennero consegnati dei simboli di potere quali uniformi anonimizzanti , occhiali riflettenti (in modo da non poter essere guardati negli occhi), manganelli, fischietti e manette.
Ai carcerieri fu data molta discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l'ordine.
L'esperimento prese dunque il via.
Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all'interno delle celle inveendo contro le guardie che reagirono iniziando opere di intimidazione e umiliazione, cercando di spezzare il legame tra i prigionieri. Questi vennero costretti a pulire le latrine a mani nude, a defecare in secchi che non avevano il permesso di svuotare, a simulare atti di sodomia, a cantare canzoni oscene e spesso venivano denudati.
I detenuti tentarono di evadere e tale fuga venne sventata con difficoltà dalle guardie e dal direttore del carcere (Zimbardo).
Dopo 36 ore delle crisi di nervi colpirono i prigionieri e uno di essi sentì la necessità di lasciare la sperimentazione.
Dopo 5 giorni i detenuti mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: erano docili e passivi e il rapporto con la realtà si stava deteriorando, mostravano seri disturbi emotivi. Le guardie continuarono a praticare comportamenti vessatori e sadici dimostrando un distaccamento dalla realtà anche nel loro ruolo.
Sia le guardie che i prigionieri si erano identificati in maniera forte e impressionante al proprio ruolo tanto che pur soffrendo, questi ultimi non presero in considerazione l'idea di lasciare l'esperimento ma continuarono a risiedere nella prigione intraprendendo soventi tentativi di evasione.
Al sesto giorno Zimbardo, dati i risvolti drammatici, decise di interrompere l'esperimento con grande sollievo dei prigionieri ma rammarico da parte delle guardie.

Zimbardo trasse conclusione dal suo studio che l'assumere un ruolo istituzionale induce all'adeguamento delle norme e delle regole dell'istituzione stessa, suscitando a sua volta il processo di deindividuazione: la perdita di responsabilità individuale indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna e la paura così come quelli che inibiscono l'espressione di comportamenti distruttivi e antisociali.
L'individuo non è più individuo ma fa parte di un gruppo e ragiona e attua comportamenti coerenti a quello del gruppo di appartenenza.

Lo "Stanford prison experiment" è stato uno tra gli studi sociali più importanti nella psicologia e non più replicabile poiché considerato non etico. La consapevolezza che un simile sadismo possa essere suscitato in persone sane ed equilibrate in un ambiente controllato, dovrebbe farci riflettere sulla possibilità insita in noi di   diventare un giorno, in una situazione verosimile e reale, degli aguzzini.


Per chi fosse volesse approfondire l'argomento, fosse interessato alle pieghe psicologiche di un fenomeno simile o per chi avesse voglia di vedere un buon film ecco il trailer della trasposizione cinematografica ( la versione di Hirschbiegel) dell'esperimento:

giovedì 14 febbraio 2013

Abu Ghraib

Molti di voi ricorderanno il terribile scandalo che venne alla luce nel 2004 in Iraq, presso la prigione centrale di Baghdad meglio conosciuta come la prigione di Abu Ghraib: diversi soldati americani torturarono e umiliarono i prigionieri iracheni detenuti e scattarono molte foto a testimonianza dei loro abusi.
Questo è un tipico esempio di come persone ritenute “normali” abbiano subito un simile cambiamento fino a diventare impressionantemente insensibili e sadiche. Tali eventi possono trovare correlazione con l'esperimento della prigione ( lo “Esperimento carcerario di Stanford”) di Zimbardo e lo stesso sociologo venne arruolato come consulente tecnico per analizzare i processi e le cause, nonché la responsabilità dello scandalo.
Tra i tanti prigionieri se ne annovera un giovane ragazzo con disturbi mentali che venne soprannominato dalle guardie il “ragazzo merda” perché costui si ricopriva di feci ogni giorno; ciò che fecero i soldati per “aiutarlo” fu di farlo rotolare nella polvere per coprirne la puzza. Perché quel ragazzo si trovava in quella prigione e non in una clinica per malattie mentali?



L'amministrazione governativa venuta a conoscenza degli abusi in tale luogo si chiese subito di chi fosse la responsabilità, chi fossero le mele marce. Il problema secondo Zimbardo è che di rado è colpa unicamente di individui con disturbi di personalità, delle mele marce, mentre la causa è da ricercare nell'ambiente e negli eventi situazionali ma soprattutto nel sistema che crea l'ambiente stesso e le regole. Il potere si trova nel sistema e per cambiare la situazione e la persona bisogna cambiare il sistema stesso.
In una relazione investigativa un Generale, George Fay, si affermò la colpevolezza del sistema e che fu l'ambiente stesso a creare Abu Ghraib.
“Se dai alle persone potere senza supervisione ottieni una ricetta per ottenere abusi.”
Come potevano i superiori di questi soldati non aver fornito loro una supervisione? Come è possibile che non venisse coperto alcun ruolo di responsabile per la prigione? Come può essere credibile che i vertici dell'esercito non fossero a conoscenza degli abusi perpetuati per ben tre mesi?
I soldati, dal canto loro, sapevano benissimo di non aver supervisori, di poter fare tutto ciò che volevano e che nessuno sarebbe venuto a controllarli.
L'esonero di responsabilità è un elemento di grande importanza nel disimpegno morale e ha contribuito in gran parte alla generazione di così tante azioni crudeli e maligne da parte dei soldati che sicuramente, prima di essere espatriati e posti a ruolo di guardie di un imponente carcere iracheno, non risultarono persone disturbate o disequilibrate.
Senza alcuna minaccia punitiva da parte del sistema e della società, il potere può corrompere inesorabilmente e trasformare un individuo normale in un mostro.

"Milgram Obedience Experiment"

Stanley Milgram, collega di Zimbardo, rimase impressionato dal risvolto psicologico del nazismo e si chiede se tale fenomeno potesse aver luogo in un'epoca contemporanea. Interrogò diverse persone chiedendo se l'olocausto potesse avvenire qui ed ora e ottenne la generale risposta: "no, quella era la Germania nazista ed era il 1939." La totalità delle persone si riteneva una persona buona e giudiziosa e dunque non avrebbe mai obbedito a un presunto successore hitleriano.
Milgram condusse quindi uno studio che prese il nome di : "the Milgram Obedience Experiment". Inizialmente lo testò su 1000 soggetti. Lo studio venne passato come un'importante sperimentazione sulla memoria e coinvolse uomini (successivamente anche donne) con un'età compresa tra i 20 e i 50 anni di estrazione sociale indifferente: persone comuni.
A ciascun partecipante venne spiegato il funzionamento della prova da eseguire: ci sarebbe stato uno studente che avrebbe dovuto eseguire un compito di memorizzazione e un insegnante che avrebbe dovuto premiare o punire gli eventuali errori dello studente con una scossa. Tale scossa sarebbe stata somministrata attraversa la spinta di bottoni in una stanza differente da quella in cui si trovava lo studente. Ciò che non venne detto ai soggetti era che lo studente era uno sperimentatore complice che avrebbe finto la ricezione della corrente. All'insegnante sarebbe stata affiancata una figura rappresentante un'autorità, tale sperimentatore con un camice da laboratorio.
L'esperimento comincia e i primi errori vengono puniti con scariche da 15 volt, una misura che gli studenti non avrebbero quasi neanche sentito; dopo qualche errore il voltaggio delle scosse sarebbe aumentato fino ad arrivare all'ultimo bottone con una scarica di ben 450 volt, una scossa capace di uccidere. Mentre le scariche aumentano lo studente comincia a gridare e chiedere di finire l'esperimento. A tal punto i soggetti cominciavano a provare sensi di colpa e giustizia e cercavano di ribellarsi all'autorità spiegando che sarebbero andati avanti. L'autorità dunque concitava il partecipante a continuare e aggiungeva che la responsabilità sarebbe stata assunta da lui stesso.

I dati ricavati da questo studio sono stupefacenti.
Milgram chiese a 40 psichiatri americani quale percentuale di americani sarebbe arrivata fino in fondo, fino a premere il bottone a tre x (simbolo di morte). I medici risposero che solo l'1% l'avrebbe fatto poichè tale comportamento è da considerato sadico e solo l'1% degli americani viene considerato sadico.

I risultati?
Due terzi dei partecipanti arrivò a somministrare i 450 volt.
Questo poi, è stato solo lo studio pilota, ne vennero fatti più di 16 e i risultati confermarono quelli iniziali.
Milgram definì il male come disposizione delle persone ad obbedire ciecamente all'autorità arrivando ai 450 volt. Successivamente allo studio vennero intervistati i partecipanti che spiegarono come non avrebbero mai immaginato di poter arrivare a nuocere qualcun altro semplicemente obbedendo a una persona autoritaria.

E voi? L'avreste premuto l'ultimo bottone?

lunedì 28 gennaio 2013

Effetto lucifero

"Paradossalmente è stato Dio a creare l'inferno come luogo dove tenere il male"
(P. Zimbardo)

Come può una persona essenzialmente buona, considerata normale trasformarsi in un attore del male?
E' la questione che Philip Zimbardo si pone. Lo psicologo sociale ha indagato e analizzato sia in studi passati che in eventi tragici moderni quello che denomina effetto lucifero. Questo fenomeno non si concentra sulla malvagità delle persone ma sulla malvagità che può introdursi in esse in determinate circostanze. Se si pensa infatti agli eventi accaduti nella prigione irachena si può rimanere sconvolti al pensiero che i soldati assegnati inizialmente al mantenimento dell'ordine in quella prigione, possano aver cambiato la propria personalità da stabile e equilibrata ad una violenta e sadica rivelatasi nelle torture crudeli e disumane da loro perpetuate a scapito dei prigionieri. Qual è dunque l'elemento scatenante che genera la trasformazione di una persona "normale" ad una malvagia?
 Secondo Zimbardo la chiave della questione deve essere ricondotta al potere: il male è l'esercizio del potere. Il potere di, intenzionalmente, far male alle persone psicologicamente, di colpire fisicamente, di distruggere mortalmente persone o idee o di commettere crimini contro l'umanità. Certamente il potere attrae, ma tutte le persone cedono ad esso? Cosa induce un individuo alla decisione di far del male? Si pensa spesso e banalmente che sia l'individuo ad essere deviato di per sé, che abbia una personalità incline alla delinquenza e alla crudeltà e che la maggioranza delle persone essendo "sana" sia immune da una tale trasformazione. Questa convinzione è troppo semplicistica e Zimbardo ha dedicato i suoi studi a un'analisi più specifica di questo fenomeno.
Innanzitutto, sostiene che si debba visionare la questione secondo tre diverse modalità: quella disposizionale, sottolineando la persona nella sua individualità ad essere malvagia (la cosidetta mela marcia), quella situazionale ovvero l'ambientazione di un atto deplorevole ed infine quella sistematica che influenza le precedenti.

Come già detto è il potere ad essere un elemento determinante per l'effetto lucifero. Durante la consulenza tecnica di Zimbardo nel caso di Abu Ghraib, lo psicologo sociale osservò che il potere si trova nel sistema, il sistema crea la situazione che corrompe l'individuo ed è il sistema a creare il background legale, politico, economico e culturale, la bad barrel,  il contenitore "malvagio".
Se vuoi cambiare una persona devi cambiare la situazione, se vuoi cambiare la situazione devi sapere dov'è il potere nel sistema.
Quindi l'effetto lucifero implica la comprensione delle trasformazioni del carattere delle persone attraverso questi tre fattori in un gioco dinamico e commutativo: le persone cosa si portano dietro nelle situazioni? Le situazioni cosa fanno uscire dalle persone? E qual è il sistema che crea e mantiene questo tipo di situazione?

Esistono sette processi sociali emersi da numerosi studi sociali (come lo "stanford prison experiment" o il "Milgram experiment" per citare quelli con più influenza) che rendono più scivolosa la discesa verso il male:
  1. Fare il piccolo passo senza pensarci. Per quanto minima e all'apparenza poco rilevante, ogni decisione che ricada nella crudeltà ci spingerà più facilmente a compiere il successivo perseguendo un circolo vizioso.
  2.  La deumanizzazione dell'altro.
  3. L'anonimizzazione di sé stessi. Lo studio di un antropologo, John Watson si occupò del cambiamento d'aspetto di 23 culture in momenti bellici: 15 di queste mutavano aspetto e di queste ben 13 culture mutilavano, uccidevano e torturavano. Mentre delle culture che non cambiavano aspetto solo una su otto uccideva, mutilava e torturava. Si evince dunque, che cambiando il proprio aspetto e anonimizzandosi, le persone sono più portate a commettere crimini violenti
  4. Allentamento della responsabilità individuale.
  5. Obbedienza cieca all'autorità.
  6. conformarsi acriticamente nelle norme del gruppo.
  7. Tolleranza passiva del male attraverso inazione o indifferenza.
Tutti questi processi avvengono necessariamente in un sistema macroscopico che ingloba e influenza diversi aspetti ambientali.
Concludo con una citazione di Zimbardo:
 "C'è bisogno di un cambiamento fondamentale di queste aree. Il cambiamento è allontanarsi dal modello medico che si concentra sull'individuo, bisogna dirigersi verso un modello pubblico che riconosca vettori di malattie sistemiche e situazionali.
Il bullismo è una malattia. Il pregiudizio è una malattia. La violenza è una malattia.
E' dall'inquisizione in poi che abbiamo affrontato problemi a livello individuale.
E sapete cosa? Non funziona.
Alexander Solzenicyn dice che la linea tra bene e male taglia a metà il cuore di ogni essere umano. Vuol dire che la linea non è là fuori.
 E' una decisione che ognuno deve prendere."







domenica 27 gennaio 2013

Disimpegno morale

Nell'ambito della teoria social-cognitiva Bandura introduce la concezione di meccanismi di disimpegno morale la cui funzione è di disimpegnare temporaneamente la condotta dei principi morali. Questi meccanismi vengono attuati in concomitanza di una situazione in cui ci siano notevoli vantaggi per una persona ma le azioni stesse che porterebbero al raggiungimento di tali obiettivi proficui vengono ritenute degne di biasimo per il soggetto. Difatti la condotta trasgressiva, secondo quanto teorizzato da Bandura, è regolata da due principali tipi di sanzioni: le sanzioni sociali per le quali chi opera un'azione "socialmente deplorevole" viene esposto a una punizione o a una censura dalla società e le sanzioni internalizzate che operano in modo anticipatorio rispetto al comportamento. Queste ultime rispondo a principi morali consolidati nella persona e la espongono a sentimenti di autocondanna e di riprovazione per il proprio comportamento.
Dunque come attuare un comportamento di "cattiva" condotta per ottenere un vantaggio personale senza pertanto intaccare il proprio senso di autostima e autorispetto? I già citati meccanismi di disimpegno morale risolvono il dilemma inibendo la sanzione interna: non solo non si proveranno sentimenti di riprovazione ma l'autostima rimarrà integra e verranno perseguiti una serie di vantaggi personali.
Questi meccanismi sono utilizzati con più frequenza in età adulta, grazie a una maggiore sofisticazione dei processi cognitivi che consente di trovare più facilmente una giustificazione al proprio operato.
I meccanismi distinti da Bandura sono otto e agiscono su tre diverse fasi del processo di regolazione dei comportamenti: sulla valutazione della condotta in sé, sulla valutazione delle conseguenze dell'azione e sul giudizio nei confronti delle vittime.
Ecco una breve descrizione degli 8 meccanismi di disimpegno morale:
  1. Giustificazione morale: i comportamenti considerati riprovevoli vengono considerati da un punto di vista diverso e riconducibile a ideali superiori per cui vengono accettati e giustificati in nome di essi. La religione, la patria, la famiglia e l'onore vengono richiamati spesso come scusanti per una azione malevola.
  2. Etichettamento eufemistico: un'attenuazione della violenza associata alle parole con cui viene nominata, ne sono un esempio espressioni come "bombe intelligenti", "pulizia etnica".
  3. Confronto vantaggioso: il confronto di un comportamento con altri a nostro parere analoghi, induce alla modifica del nostro giudizio, attenuando la valenza negativa dei comportamenti e addirittura trasformali in azioni morali. "Tanto è più oltraggioso l'operato confrontato, tanto è più probabile che la nostra condotta deplorabile appaia irrilevante o addirittura benevola" sottolinea Bandura.
    Non dobbiamo andar troppo lontano nell'espletare un esempio di tale meccanismo: in politica, i responsabili del governo giustificano spesso alcune decisioni poco corrette adottate nei confronti dei cittadini imputandone le responsabilità all'operato del precedente governo, che avrebbe adottato provvedimenti peggiori.
  4. Dislocamento delle responsabilità: quando non viene riconosciuto il ruolo attivo e consapevole del soggetto nell'azione anche la sua responsabilità, e conseguentemente il biasimo, si attenuano. La responsabilità dell'azione perseguita viene quindi attribuita ad autorità superiori giustificandosi in un "ordine" da parte di queste ultime.
  5. Diffusione della responsabilità: dal principio" se tutti sono responsabili allora nessuno è responsabile" si evince come il controllo morale si indebolisce quando la capacità di agire e le conseguenze negative sulla vittima vengono mascherate dalla condivisione con altri dell'azione.
    Il governo nazista fece leva su questo tipo di meccanismo coinvolgendo il popolo tedesco per giustificare sé agli occhi esterni sia per creare una giustificazione per i cittadini stessi, che in tal modo contribuirono nell'operare nella macchina di distruzione nazista (in contribuzione col meccanismo del dislocamento delle responsabilità).
  6. Non considerazione o distorsione delle conseguenze: evitando di pensare alle conseguenze negative delle proprie azioni, gli individui perseguiscono più facilmente l'obiettivo personale posto. Questa distorsione aiuta a formare una distanza tra il soggetto danneggiante e la vittima danneggiata, attenuando il controllo morale.
  7. Deumanizzazione della vittima: questo meccanismo agisce sulla capacità empatica di un individuo. Quando una persona viene "degradata" dal suo stato di essere umano viene meno la corrispondenza empatica di un secondo soggetto.
  8. Attribuzione di colpa: un espediente utile per trovare una giustificazione alla propria azione è quella di prendersela con avversari o con le circostanze che a detta dell'individuo sarebbero stati provocatori e avrebbero innescato per primi la catena di violenza. 

sabato 26 gennaio 2013

Hannah Arendt e la "banalità del male"

Precorritrice della psicologia del male, Hannah Arendt analizza nelle sue opere il totalitarismo tedesco, assumendo un ruolo critico-costruttivo in cui si prefigge lo scopo di spiegare perchè il nazismo abbia potuto prender terreno così rapidamente e visceralmente e prevenire quindi una nuova venuta di governo totalitarista riconoscendo per tempo i sintomi.
La tesi di Arendt è che l'essenza dell'ideologia totalitaria sia identificabile nel tentativo di compiere un attentato “ontologico” all'umanità dell'uomo, cioè nell'aspirazione a plasmare gli uomini secondo un determinato ideale di umanità. Tale pretesa di ricreare gli uomini può attualizzarsi nei campi di concentramento, il luogo in cui gli esseri umani vengono ridotti a meri esemplari di una specie, deprivati di ogni identità personale, ovvero di ogni facoltà di decidere:

[…] Come le vittime delle fabbriche della morte o degli antri dell'oblio non sono più umane agli occhi dei loro carnefici, così questa nuova specie di criminali sono al di là persino della solidarietà derivante dalla consapevolezza della peccabilità umana. […] I governi totalitari sono convinti della propria superfluità non meno di quella altrui; e i carnefici sono così pericolosi perché gli è indifferente vivere o morire, esser nati o non aver mai visto la luce. […] E' come se le tendenze politiche, sociali ed economiche dell'epoca congiurassero segretamente con gli strumenti escogitati per maneggiare gli uomini come cose superflue.”
(H. Arendt, Le origini del totalitarismo.)

Hannah Arendt riferendosi al totalitarismo tedesco, identifica ancor prima degli studiosi della psicologia sociale, due variabili importanti e fondamentali per attuare un'azione collettiva con scopi avversi all'umanità: la deindividuazione e la deumanizzazione. Nei campi di concentramento, gli uomini vengono privati del loro potere decisionale, vengono distrutti e ridotti alle reazioni più elementari, si trasformano in “esemplari umani del cane di Pavlov”. La deindividuazione e la deumanizzazione portano gli aguzzini a considerare le vittime come oggetti rimpiazzabili, diventano superflui e il senso di colpa viene disperso. Lo stesso meccanismo di deindividuazione si attua anche verso i carnefici poiché l'hitlerismo non si accontenta di eliminare una singola categoria umana, mira invece a trasformare tutto il genere seguendo i propri standard.
La Arendt affronta anche il tema della colpa e della responsabilità del popolo tedesco di fronte all'olocausto: il governo nazista promosse una propaganda mirante a coinvolgere l'intera popolazione nei progetti del reich con lo scopo di renderla complice dei propri crimini. I n questo modo, una volta sconfitto il nazismo, sarebbe diventato impossibile l'imputazione personale degli atti criminosi ovvero l'individuazione dei responsabili e dei colpevoli: quando sono tutti colpevoli nessuno è colpevole.

“[...] non ci siamo quasi accorti che il devoto pater familias, interessato solo alla sua sicurezza, si era trasformato sotto la pressione delle caotiche condizioni economiche del nostro tempo in un avventuriero involontario […] Divenne subito chiaro che per la sua pensione, per la sua polizza sulla vita, per la sicurezza di sua moglie e dei suoi figli, un uomo simile era pronto a sacrificare le sue convinzioni, il suo onore e la sua dignità umana. C'era bisogno solo del genio luciferino di Himmler per capire che, dopo una simile degradazione, un uomo del genere era assolutamente pronto a fare letteralmente qualsiasi cosa di fronte a un pericolo e a una minaccia dell'esistenza stessa della sua famiglia. La sola condizione che poneva era di essere esentato dalla responsabilità per i propri atti.”
(H. Arendt, Colpa organizzata e responsabilità universale.)

Dunque ci troviamo di fronte ad altre due variabili sociali determinanti per la psicologia del male: l'obbedienza all'autorità e la diffusione di responsabilità. Il senso di colpa viene attenuato, se non quasi annullato, da un meccanismo mentale di deresponsabilizzazione delle proprie azioni. Non solo il comando viene dato da un'organizzazione superiore e incontrobattibile ma tutti hanno un ruolo marginale, ma funzionale in un grande processo distruttivo, per cui la responsabilità viene smorzata. Hannah Arendt chiama quest'esperienza la “banalità del male” constatando come si possa diventare complici del male senza essere demoni, ma anzi persone apparentemente del tutto normali.
I pensieri della Arendt sono importanti precursori della psicologia del male poiché sono l'analisi di un terribile evento passato che l'uomo contemporaneo ritiene possa essere irripetibile.
Purtroppo questa è una falsa credenza poiché sia importanti studi sociali attuati e sia le odierne e continue tragedie individuali e collettive, ci mostrano come qualsiasi uomo in concomitanza di certe situazioni e variabili possa agire e comportarsi in maniera tanto negativa quanto inimmaginabile a sé.